racconti

Angelo Custode

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Vederla correre avanti e indietro, come una formica piccola e lucida in una scatola di plastica.
Arrampicarsi in verticale, e avanti a testa in giù e di nuovo a terra.
Rimbalzi sulla schiena e via di nuovo.

L’incarico di angelo custode glielo avevano dato quasi fosse un regalo.
Orgoglio e impazienza. Grande responsabilità.
Un angelo può dire “fregatura”? No, magari, ma lo aveva pensato nel giro di due giorni.

Si era letto il dossier con accurata precisione, tutte le notti della settimana.
Un paragrafo e un sorso di latte tiepido.

L’aveva incontrata e aveva avuto un brivido a vedere i colori, sentire l’odore di un essere umano da così vicino. Dopo 24 ore già gli sembrava un gomitolo molto più ingarbugliato di quello descritto dal dossier.
Che le emozioni a nominarle si fa in fretta…

Che gran voglia di sgrovigliarla: sembrava una catenina d’argento con tutte le maglie incastrate.
A cercare di sciogliere un nodo, ne venivano fuori due.
E più la tiravi più si stringeva.

Esattamente una settimana dopo l’inizio del suo incarico, aveva capito che non era li per sgrovigliare, per parare, per guidare e nemmeno per salvare.

Doveva guardarla sbattere contro tutti gli angoli e sbagliare e sbagliare e sbagliare.
E farsi male, un sacco.
Ancora non riusciva a guardarla piangere, ma avrebbe imparato anche quello.
Per fortuna piangeva poco.

La prima regola del manuale è “aiuta solo se richiesto” e lei non chiedeva mai, dannata.

Ma qualche licenza lui se l’era presa, dal codice: certe notti la lasciava addormentare e si appolaiava sul suo comodino. Con un fruscìo leggerissimo le spiegava sopra la sua ala gigantesca, e per qualche secondo lei smetteva di tremare.

Le notti più fredde lasciava che piccole piume cadessero su di lei, solo per dirle “sono qui”.
Lei le trovava al mattino e si chiedeva come faceva, il piumino sintetico di Ikea, ad avere le piume.
Lui sorrideva.

Ogni tanto si rileggeva il dossier.
Un paragrafo e un sorso di vino.

“Non è sempre facile essere un testimone, senza poter fare nulla se non registrare la sofferenza intorno a sé”.
Robert Capa, testimone di guerra. Come gli angeli custodi.

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