racconti

UAI

UAI - Francesca Bruno Creative Director & Copywriter

“Wahi ngaro”. Era impronunciabile ma si era fissato a chiamarlo così.
Perché così loro lo chiamavano in quell’isola tutta roccia e onde che ci sbattono contro.
La signora, al banco della registrazione l’aveva guardato di traverso e, dopo averglielo fatto ripetere tre volte, gli aveva chiesto di scriverlo.
Conveniva semplificare. Così era diventato solo U.A.I..
Posto segreto, ora era rimasto solo “posto” ma era meglio di niente.


Lo scrisse su un cartoncino A4 e lo appiccicò con lo scotch fuori dalla porta di un monolocale in Wessel Street, affittato ad un uomo con una pancia enorme, per meno di 30 sterline al mese.
Non aveva il gabinetto.
Un anno dopo 30 sterline entravano sul suo conto circa ogni mezzo secondo e il cartoncino era diventato una targa in alluminio spazzolato, ma la stanza era sempre quella.


La gente ci entrava un po’ divertita, un po’ curiosa e ne usciva con un migliaio di espressioni diverse sul volto. Non tutte sullo stesso volto.
Qualcuno tornava, la maggior parte no.
I giornali stavano un po’ con e un po’ contro, più contro.
Da quel 23 marzo 1989 erano aumentati divorzi e richieste di psicoanalisi.
La salute pubblica ringraziava, gli avvocati anche, insieme agli agenti immobiliari.

Quando lo aveva visto fare ai Maori si trattava di riti di passaggio: diventare adulti li era una questione brutale.
C’era tutta la questione dell’uovo, per cui i ragazzini fanno questa specie di caccia alla Hunger Games ma con meno effetti speciali. Se cadi dagli scogli sei morto, non è che la trama sia complessa.
Però la cosa era arrivata la sera, quando sembrava tutto finito e invece non lo era, anzi.
Tutto era iniziato con un bicchiere puzzolente da bere e una ciotola fumante da annusare (e fin qui niente di diverso da un rave qualsiasi), solo che se lo passavano a due a due, un vecchio e un giovane, che poi si guardavano tra lo stordimento e l’assenza.
Dopo un po’ il vecchio si alzava e faceva cenno di sì o di no con la testa.
Al sì il ragazzo veniva incoronato di piume, al no tanti saluti.

Ci mise un po’ a capire cosa stessero facendo; loro non sono loquaci e la lingua non aiuta. Quando lo aveva capito era già sull’aereo di ritorno, con un accordo più o meno legale di importazione di quella cosa da bere e quella cosa da respirare.


Posto segreto, era più o meno la traduzione di “Wahi ngaro”. E il posto dove si entrava era la testa di qualcuno.
Mica metaforicamente. Ci andavi proprio dentro. E lui aveva voluto provare.
Lo aveva fatto sia da visitante che da visitato. Ti restava sempre un po’ di nausea ma era davvero un viaggio.

Quello che vedevi era un posto.
A volte un pezzo di terra brulla, altre giardini, picchi innevati, boschi, spesso l’interno di edifici e case oppure anche tutto insieme. Alcune teste avevano dentro una sola atmosfera, tutto luce, tutto ombra, tutto fiorellini.
La maggior parte nascondevano stanze e anfratti che mai ti saresti aspettato.
Qualcuno era un vero e proprio labirinto. Queste teste qui erano pericolose, dicevano, perché se non riesci a tornare indietro ti ci perdi e da fuori vedi due che si guardano come tonti ma non si vedono, perché si vedono da dentro.
Ed è come se uno ti venisse a trovare per un caffé e poi non se ne andasse più e rimaneste sul divano a fissarvi per l’eternità.

Porta questa cosa in occidente. Mischia la curiosità col desiderio di conoscere. Aggiungi un pizzico di “experience” tra il videogioco e il dramma.
In meno di sei mesi era diventata la droga dei ricchi.
Ci arrivavano soprattutto gli innamorati, perché quelli sono abbastanza pazzi da voler entrare nella testa dell’altro. Incastrati ne erano rimasti pochi, per fortuna, c’erano più i delusi perché si aspettavano margherite e invece avevano trovato fango. Una volta una donna rimase dentro per due giorni perché, per quanto si cercasse, non si trovava proprio nella testa del suo grande amore. E non voleva rinunciare…

Capito bene come funzionava quasi nessuno più voleva farsi entrare nella testa così nacque un traffico sotterraneo di teste a pagamento. L’effetto era riduttivo perché la prostituzione delle teste era un po’ monotona: non molti profili interessanti e, visto uno, visti tutti.

La legislazione proprio questa mattina ha proibito il UAI.
La legge è stata varata durante la notte, pare dopo indiscrezioni trapelate intorno alla testa del primo ministro. Qualcosa fa intuire che il “posto segreto” troverà solo un’altra location.

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