Alza la gamba e la fa sulla porta di legno. Dall’interno, per la verità. Ma, giallina e densa, la pipì si insinua sotto l’uscio e si allarga in una bella chiazza rotonda sul pianerottolo. Il mio.
Non mi voglio appropriare del pianerottolo, è la mia porta che ci si affaccia.
E il delicato effluvio della pipì del povero Faustino viene a bussare al mio naso.
Dico povero perché credo gli piacerebbe di più farla su un albero, o posare il batuffoloso deretano sull’erba morbida di un qualsiasi bordo strada. Di sicuro piacerebbe a me.
E cosa gli vuoi dire, a Faustino, che quando ti vede ti sorride pure e saltella sulle zampe dietro allungandoti quelle davanti. Come i canguri quando tirano i pugni, ma quelli fanno male, Faustino lo fa per simpatia.
Però la puzza della sua pipì non mi è simpatica.
I suoi padroni… Non hanno il naso. Anzi ce l’hanno ma è talmente pieno di cose peggiori che, alla fine, l’eau de Faustin, pare pure gradevole.
E allora se loro no. Tu adotti la pipì di Faustino.
Che non è tua. Che non la vuoi. E sta volta, giuro, non hai nemmeno fatto niente per trovarla.
E certe volte non c’è mica tanto da chiedersi perché, si sarebbe potuto e sai, non si dovrebbe.
E chi potrebbe?
E mentre ti crogioli nel condizionale trattieni il respiro e asciughi la chiazza gialla.
Veloce però, prima che ti vengano pure quelle parole inutili, tipo “giusto” o “sbagliato”, che hanno il brutto vizio di fartici pure scivolare sopra alla pipì di Faustino bello.