Era ortica e ginepro. In certe di notti di primo autunno, la terra si concedeva respiri lenti, lunghi e lascivi al calar del sole.

Quando l’umidità, nell’aria, si faceva troppo densa, cadevano piccole e pesanti gocce di acqua pulita. Era un tip tap scostante. Sulle assi del tetto, sui piccoli vetri protetti dalla polvere, sulle foglie degli alberi alti e del sottobosco.

E poi un’onda lunga. Il profumo materno della terra bagnata.

Lei scivolava dentro a piedi nudi, la lunga veste bianca appoggiata alla pelle. Si lasciava cadere sul letto a pancia in giù, poggiando la guancia sulle coperte pulite. Restava così: gli occhi socchiusi e i capelli appiccicosi di pioggia sulla schiena, ad ascoltare, a respirare.

A volte la pioggia la cullava fino a farla addormentare, e quando riapriva gli occhi, la luce era svanita e il cinguettio degli uccelli aveva lasciato il posto al gracidare delle raganelle e allo scricchiolio dei piccoli passi dei roditori notturni.

Se l’aria diventava più fredda, si trascinava addosso un lembo della coperta, ma non chiudeva mai la porta.

L’avrebbe fatto lui. Portato dal favore della notte.

Restavano li per piccoli minuti, lunghe ore, ripetute vite. Non se ne curarono mai, nè sprecarono il tempo della pioggia per parole leggere. Taci, o sveglierai la luna, diceva lei.

E quando quella, piena e rotonda, faceva la sua comparsa in cielo, pareva sempre aver interrotto una musica eterna.

Lui non seppe mai dove andasse al cessar della pioggia.
In quel luogo ogni cosa era piccola come foglia e semplice come bacca. Forse era un sogno, lei e quella casa nel bosco.

Nulla di più di un granello di sabbia.

2020-12-28T15:26:24+00:00 racconti|0 Comments

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